Usare Padlet in classe

Ho pensato di sfruttare le caratteristiche di Padlet per invitare i miei alunni di terza a scrivere dei piccoli commenti e recensioni sui libri letti in classe. Devo dire che questa modalità di proporre la scrittura li ha subito entusiasmati tanto che chi è riuscito, o ha potuto collegarsi, ha continuato a lavorare a casa.

Pubblico il lavoro svolto sin qui felice di quello che hanno prodotto.

Made with Padlet
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Leggere in classe

Leggere in classe è una delle attività che più mi piace nel mio lavoro di insegnante. Mi diverto moltissimo ad osservare i bambini quando sono coinvolti da una storia e a sentirli fare le loro fantastiche congetture su come proseguirà il racconto quando il tempo scuola dà il suo stop forzato al magico momento che il libro ha creato.

Quelli che troverete nella bacheca di Padlet nel link alla fine dell’articolo sono alcuni dei libri  che ho avuto modo di leggere in questi anni alle mie classi. Ci sono libri che ho trovato molto adatti alla lettura collettiva per la trama coinvolgente o la suspance che riescono a creare. Alcuni, invece, pur essendo bellissimi letti da soli non hanno sortito l’effetto sperato con il gruppo. I libri che piacciono a certi bambini annoiano altri e viceversa. Ci sono momenti in cui loro vogliono ascoltare, ma tu non hai voglia di leggere e anche la capacità di essere interessanti nella lettura gioca, a mio avviso, un ruolo molto importante nel portare i bambini alla scoperta di  quel meraviglioso mondo che è il libro.

Insomma ci sono tanti fattori che subentrano nella riuscita di questa attività comune ma abbiamo anche una via di uscita nel caso in cui un libro stanchi tutti. Come diceva Pennac, infatti, abbiamo il sacrosanto diritto di non finirlo!

Padlet

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Gli addii

Non mi sono mai piaciuti gli addii. Anche il momento del saluto però fa parte della vita di una classe. Che sia dovuto alla fine del ciclo scolastico, a scelte della famiglia, legato a un cambio di residenza o all’avvicendarsi di due insegnanti, è un evento delicato che merita di trovare uno spazio suo tra la didattica, perché la vita di una classe è fatta innanzitutto e soprattutto di rapporti umani.

Un addio arriva sempre alla fine di un viaggio ed è perciò carico di ricordi, speranze ed emozioni.

Ricordi del tratto di strada percorso, delle esperienze che hanno arricchito i viandanti, delle gioie e dei dolori vissuti, delle cose fatte, viste, imparate, ma anche di errori, scuse e ripartenze che hanno fatto crescere chi ha camminato insieme.

Speranze. Un addio chiude un viaggio ma ne apre uno nuovo. E un nuovo percorso porta con sè la paura del cambiamento e del diverso da prima, ma anche la bellezza, il desiderio, l’attesa di ciò che sarà.

Emozioni. Gioia, dolore, felicità, rabbia, euforia, tristezza, soddisfazione, delusione… tutte quelle che ogni persona vive quotidianamente quando si apre alla relazione con l’altro.

L’addio va curato nel suo aspetto emotivo. Occorre dargli tempo e spazio. Bisogna anche saper stare nell’addio.

I bambini (ma gli adulti non sono esclusi) hanno necessità di comprendere quello che sta avvenendo. Creare un rituale fatto di atti concreti può aiutare a rendere sereno  l’addio. Rispettare la sua sacralità permette a chi lo vive di non chiudersi nella tristezza del ricordo ma di aprire la visuale al nuovo che deve venire. Per non restare fermi. Per ripartire.

Non mi sono mai piaciuti gli addii, anche se in realtà ogni addio rende più ricchi. Chi se ne va ti lascia un pezzetto di sè e tu ti accorgi che qualcosa in te è cambiato, di non essere la stessa persona di quando per la prima volta lo hai incontrato.

 

Ciclo dell’acqua

Navigando nel sito Scratch.mit.edu si trovano tantissimi progetti interattivi su vari argomenti che vengono trattati in classe. Alcuni link li ho trovati davvero interessanti per presentare il ciclo dell’acqua alla scuola primaria. Tra questi in particolare segnalo quello in lingua inglese ideale per proporre questo contenuto disciplinare con la metodologia CLIL.

Prendendo spunto dai vari progetti che ho avuto modo di visionare ho creato il mio, che chi è interessato può guardare cliccando sul seguente link.

Il mio progetto

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Link interessanti:

Interactive Water Cycle

Il ciclo dell’acqua

Ciclo dell’acqua

Ciclo dell’acqua

Giochiamo con la tabella a doppia entrata

Dopo un anno dalla pubblicazione dell’articolo “Da cosa nasce cosa” eccomi qui a proporvi finalmente un gioco che vi permetterà di far esercitare i bambini dei primi anni della scuola primaria con la tabella a doppia entrata.

Giochiamo insieme

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Spero che questo lavoro vi piaccia e vi invito a remixarlo per renderlo più accattivante. Questo è un aspetto di Scratch che mi piace molto: poter collaborare per migliorare un’idea. Sarò molto lieta di far provare ai miei alunni il vostro lavoro. Buon divertimento!

Momenti di classe

Alcuni giorni fa in classe, dopo aver svolto un’attività pratica, stavamo registrando sul quaderno quello che avevamo fatto e imparato insieme. Preferisco sempre dettare, piuttosto che far copiare dalla lavagna e incaricare un bambino di esplicitare ai compagni le regole ortografiche e la divisione in sillabe delle parole dettate. Lo ritengo un ottimo esercizio per farli abituare a riflettere sulla lingua quando si scrive. Ai bambini questo incarico piace molto sia perché chi svolge il compito diventa “regina (o re) dell’ortografia”, sia perché in quel momento si sentono investiti di un ruolo importante che li rende quasi maestri.

Bene, quel giorno, il bambino che avevo incaricato come “re dell’ortografia” aveva sempre dimostrato grosse difficoltà nella divisione in sillabe. Con mio immenso stupore mano a mano che svolgeva il compito assegnato imparava velocemente a correggere da solo gli aspetti che lo mettevano in crisi nella divisione delle parole: le doppie, le letterine ponte e i vari digrammi. Ad un certo punto compare all’inizio della frase da dettare il nome Giorgio.

Il bambino si blocca.

Il vicino di banco allora lo sprona: “Dai coraggio detta la frase!”. Allora il bambino lo guarda e ripete la frase che avevo appena dettato aggiungendo di usare la maiuscola all’inizio della frase. Il suo vicino allora lo riprende: “Ma no, devi dettare!”, e quello ripete esattamente ciò che aveva fatto pochi attimi prima. Il compagno non sortendo il risultato atteso insiste, allora intervengo:”Se gli chiedi di dettare lui giustamente ridice la frase così come l’ho detta io”. Allora lui rivolgendosi all’amico, si corregge, e dice: “Devi dettare e dividere in sillabe le parole!”. A questo punto il “re dell’ortografia” si rigira verso il compagno e, come se ci fossero solo loro due in classe, gli confida ad alta voce: “Il problema è che io nemmeno lo so come si divide in sillabe Giorgio!”. Questa frase viene pronunciata in un modo talmente sincero e spontaneo che tutta la classe, me compresa, scoppia in una fragorosa risata che di lì a poco coinvolge anche i protagonisti della conversazione. Viva la sincerità!

Il meglio e il peggio dei tempi che cambiano.

In questi giorni riflettevo sui cambiamenti nella nostra società. Rispetto a quando ero bambina ce ne sono stati molti.

Ai miei tempi in prima elementare alcuni bambini non erano capaci di allacciarsi le stringhe nel modo più corretto, ma nessuno andava dalla maestra a chiederle di farlo. Ci si arrangiava in qualunque modo: c’era chi sapeva fare un’asolina alla volta e riusciva a intrecciarla all’altra in modo perfetto; chi preparava due asole, “gli orecchi del coniglietto”, e poi faceva il nodo; chi riusciva ad annodare un’asola sola. Così anche nel vestirsi: qualcuno nel mettersi il giubbotto era tutto ordinato e impeccabile, qualcuno sembrava l’omino della nota marca di gomme. Eppure anche in questo caso nessuno chiedeva alla maestra di abbottonargli il cappotto o di tirare su la cerniera della giacca. Di contro nei primi anni delle elementari nessuno di noi sapeva cosa fosse il Big Bang.

Oggi la situazione è totalmente ribaltata: conoscono l’origine del mondo prima di iniziare l’obbligo scolastico ma molti bambini faticano ad allacciarsi le stringhe o addirittura ad infilarsi la giacca. La richiesta “Maestra mi aiuti?” è il leit motiv di ogni momento della giornata scolastica.

Quale delle due situazioni è la migliore? I nostalgici dicono: “Ai nostri tempi era diverso i bambini erano più svegli”. Gli avanguardisti sostengono: “Ai nostri tempi non sapevamo niente, oggi i bambini hanno più conoscenze, sono più svegli”. Su una cosa questi punti di vista concordano: i bambini erano e sono “svegli”.

Sono i tempi che sono cambiati, non c’è un meglio o un peggio e rimanere bloccati alla ricerca degli anni  migliori non porta a nulla di buono e costruttivo.

Nei giorni scorsi ascoltavo un’interessante conferenza sulla disgrafia caricata su You Tube dove si parlava di neurodiversitá, di prevenzione, di retaggi culturali ancora duri a morire e di come sia importante per un’insegnante avere una “cassetta degli attrezzi” ben fornita a cui attingere per riuscire a dare a ciascun bambino quello di cui ha bisogno. Ho ascoltato queste cose e imparato cose nuove rimanendo comodamente seduta sul mio divano. Quando ero piccina la mia maestra non avrebbe potuto fare la stessa cosa. A quei tempi bastava quello che la scuola superiore ti aveva insegnato e la tua esperienza per essere un valido insegnante. La mia è stata sicuramente una brava maestra pur non avendo partecipato a corsi di formazione ulteriori. Oggi l’aggiornamento e la formazione permanente sono pilastri fondamentali  e necessari della citata “cassetta” che dovrebbe avere in dotazione un insegnante.

I tempi sono cambiati e non c’è un meglio o un peggio.

E dunque?

Dunque io, insegnante di oggi, vivo il mio tempo cercando di fare il meglio che posso, con le opportunità  a mia disposizione e guardando in faccia i bambini di oggi senza nostalgia di quelli di ieri.

I bambini sono bambini.

Cercano una figura adulta che sappia dare loro sicurezza e aiuto, forza, coraggio, disponibilità, ascolto. Qualcuno che li sappia accogliere, anche nel momento in cui deve dire loro con fermezza che stanno sbagliando. Qualcuno che li educhi oltre che insegnar loro le cose che sa. Qualcuno che invece di ergersi a possessore della somma scienza si metta al loro fianco per aiutarli a diventare artefici della propria conoscenza. Un insegnante è un riferimento importante per i suoi alunni, che meritano il suo impegno a dare il massimo che può , cercando di evitare di fare danni. Perchè nel campo dell’educazione gli errori di un insegnante li pagano le persone che gli sono affidate.

Tutto comunque, anche uno sbaglio, concorre e aiuta a far crescere una persona.

A mio avviso non è da temere chi per amore e con amore fa un errore e sa riconoscerlo, ma chi non mette amore in ciò che fa e crede di essere sempre nel giusto. Costoro, nel mio percorso, posso dire siano stati gli insegnanti peggiori che abbia conosciuto e ne ho conosciuti purtroppo.

Arrivi tu…

“Arriva un nuovo alunno ho pensato di inserirlo nella tua classe”. Dopo il primo momento di panico generale perché un nuovo arrivo implica il cambiamento del tran tran quotidiano, degli equilibri che ormai si erano creati, ecco che tutte le paure lasciano il posto alla gioia dell’accoglienza. Arrivi tu… e noi ti dobbiamo fare posto, ti dobbiamo far sentire aspettato e voluto e allora nel breve tempo che ci è stato concesso dalla scoperta al tuo arrivo ci dedichiamo ai preparativi: un cartellone colorato da ciascuno e un libro di “benvenuto” con disegni e frasi per te. Qualche bambino il giorno dopo mi stupisce: “Maestra ho preparato a casa un braccialetto speciale per il nostro nuovo amico” e mi fa capire così che i bambini si fanno molti meno problemi degli adulti. Quando entri in classe rimani un po’ nascosto dietro alle gambe della direttrice, ma appena vedi il cartellone con il tuo nome ti illumini, mi afferri la mano che ti porgo e ti lasci accompagnare al banco dove c’è l’altra sorpresa. La classe si fa tutta intorno a te e sfogliando il libretto ognuno si presenta. Quanta emozione in tutti. Poi, dopo la lettura dei messaggi, timidamente mi chiedi se puoi portare a casa il libretto e il mio sì ti accende di nuovo il viso. Arrivano i braccialetti e tu li metti subito al polso. Torniamo a posto e cominciamo il nostro nuovo percorso con te: abbiamo tante cose da fare insieme. Certo siamo solo all’inizio, gli equilibri andranno rimodulati e tu dovrai fare la fatica maggiore perché per te è cambiato tutto, ma non sarai solo… questo lo hai capito, anzi lo hai sentito.

E allora… benvenuto!

Strategie per un metodo di studio efficace

Questo merita una lettura

Monica Fortino

Lo studio è un tipo di apprendimento intenzionale che richiede l’attivazione di diversi processi cognitivi, tra i quali ad esempio: l’attenzione, la memoria, la percezione, la motivazione, il pensiero,metodo di studio il linguaggio, l’emozione. Un approccio metacognitivo e, quindi, uno studio sul funzionamento dei processi correlato al proprio funzionamento può costituire già di per sé un ottimo approccio allo studio. Chiaramente questo tipo di metodologia può essere suggerita ai ragazzi più grandi, con un livello di consapevolezza e autonomia più strutturati. Uno studente strategico può comunque avvalersi di diverse strategie che gli consentano di apprendere con maggiore facilità. Uno dei primi punti è relativo alla gestione del tempo. In particolare nei ragazzi con DSA l’organizzazione è un aspetto spesso deficitaria che necessita di attenzione. Può rivelarsi utile l’ausilio di tabelle-diario in cui sia possibile distinguere giorni e orari o dei Planner settimanali o mensili nei quali prevedere, in relazione alle discipline, il…

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