Il meglio e il peggio dei tempi che cambiano.

In questi giorni riflettevo sui cambiamenti nella nostra società. Rispetto a quando ero bambina ce ne sono stati molti.

Ai miei tempi in prima elementare alcuni bambini non erano capaci di allacciarsi le stringhe nel modo più corretto, ma nessuno andava dalla maestra a chiederle di farlo. Ci si arrangiava in qualunque modo: c’era chi sapeva fare un’asolina alla volta e riusciva a intrecciarla all’altra in modo perfetto; chi preparava due asole, “gli orecchi del coniglietto”, e poi faceva il nodo; chi riusciva ad annodare un’asola sola. Così anche nel vestirsi: qualcuno nel mettersi il giubbotto era tutto ordinato e impeccabile, qualcuno sembrava l’omino della nota marca di gomme. Eppure anche in questo caso nessuno chiedeva alla maestra di abbottonargli il cappotto o di tirare su la cerniera della giacca. Di contro nei primi anni delle elementari nessuno di noi sapeva cosa fosse il Big Bang.

Oggi la situazione è totalmente ribaltata: conoscono l’origine del mondo prima di iniziare l’obbligo scolastico ma molti bambini faticano ad allacciarsi le stringhe o addirittura ad infilarsi la giacca. La richiesta “Maestra mi aiuti?” è il leit motiv di ogni momento della giornata scolastica.

Quale delle due situazioni è la migliore? I nostalgici dicono: “Ai nostri tempi era diverso i bambini erano più svegli”. Gli avanguardisti sostengono: “Ai nostri tempi non sapevamo niente, oggi i bambini hanno più conoscenze, sono più svegli”. Su una cosa questi punti di vista concordano: i bambini erano e sono “svegli”.

Sono i tempi che sono cambiati, non c’è un meglio o un peggio e rimanere bloccati alla ricerca degli anni  migliori non porta a nulla di buono e costruttivo.

Nei giorni scorsi ascoltavo un’interessante conferenza sulla disgrafia caricata su You Tube dove si parlava di neurodiversitá, di prevenzione, di retaggi culturali ancora duri a morire e di come sia importante per un’insegnante avere una “cassetta degli attrezzi” ben fornita a cui attingere per riuscire a dare a ciascun bambino quello di cui ha bisogno. Ho ascoltato queste cose e imparato cose nuove rimanendo comodamente seduta sul mio divano. Quando ero piccina la mia maestra non avrebbe potuto fare la stessa cosa. A quei tempi bastava quello che la scuola superiore ti aveva insegnato e la tua esperienza per essere un valido insegnante. La mia è stata sicuramente una brava maestra pur non avendo partecipato a corsi di formazione ulteriori. Oggi l’aggiornamento e la formazione permanente sono pilastri fondamentali  e necessari della citata “cassetta” che dovrebbe avere in dotazione un insegnante.

I tempi sono cambiati e non c’è un meglio o un peggio.

E dunque?

Dunque io, insegnante di oggi, vivo il mio tempo cercando di fare il meglio che posso, con le opportunità  a mia disposizione e guardando in faccia i bambini di oggi senza nostalgia di quelli di ieri.

I bambini sono bambini.

Cercano una figura adulta che sappia dare loro sicurezza e aiuto, forza, coraggio, disponibilità, ascolto. Qualcuno che li sappia accogliere, anche nel momento in cui deve dire loro con fermezza che stanno sbagliando. Qualcuno che li educhi oltre che insegnar loro le cose che sa. Qualcuno che invece di ergersi a possessore della somma scienza si metta al loro fianco per aiutarli a diventare artefici della propria conoscenza. Un insegnante è un riferimento importante per i suoi alunni, che meritano il suo impegno a dare il massimo che può , cercando di evitare di fare danni. Perchè nel campo dell’educazione gli errori di un insegnante li pagano le persone che gli sono affidate.

Tutto comunque, anche uno sbaglio, concorre e aiuta a far crescere una persona.

A mio avviso non è da temere chi per amore e con amore fa un errore e sa riconoscerlo, ma chi non mette amore in ciò che fa e crede di essere sempre nel giusto. Costoro, nel mio percorso, posso dire siano stati gli insegnanti peggiori che abbia conosciuto e ne ho conosciuti purtroppo.

Arrivi tu…

“Arriva un nuovo alunno ho pensato di inserirlo nella tua classe”. Dopo il primo momento di panico generale perché un nuovo arrivo implica il cambiamento del tran tran quotidiano, degli equilibri che ormai si erano creati, ecco che tutte le paure lasciano il posto alla gioia dell’accoglienza. Arrivi tu… e noi ti dobbiamo fare posto, ti dobbiamo far sentire aspettato e voluto e allora nel breve tempo che ci è stato concesso dalla scoperta al tuo arrivo ci dedichiamo ai preparativi: un cartellone colorato da ciascuno e un libro di “benvenuto” con disegni e frasi per te. Qualche bambino il giorno dopo mi stupisce: “Maestra ho preparato a casa un braccialetto speciale per il nostro nuovo amico” e mi fa capire così che i bambini si fanno molti meno problemi degli adulti. Quando entri in classe rimani un po’ nascosto dietro alle gambe della direttrice, ma appena vedi il cartellone con il tuo nome ti illumini, mi afferri la mano che ti porgo e ti lasci accompagnare al banco dove c’è l’altra sorpresa. La classe si fa tutta intorno a te e sfogliando il libretto ognuno si presenta. Quanta emozione in tutti. Poi, dopo la lettura dei messaggi, timidamente mi chiedi se puoi portare a casa il libretto e il mio sì ti accende di nuovo il viso. Arrivano i braccialetti e tu li metti subito al polso. Torniamo a posto e cominciamo il nostro nuovo percorso con te: abbiamo tante cose da fare insieme. Certo siamo solo all’inizio, gli equilibri andranno rimodulati e tu dovrai fare la fatica maggiore perché per te è cambiato tutto, ma non sarai solo… questo lo hai capito, anzi lo hai sentito.

E allora… benvenuto!

Strategie per un metodo di studio efficace

Questo merita una lettura

Monica Fortino

Lo studio è un tipo di apprendimento intenzionale che richiede l’attivazione di diversi processi cognitivi, tra i quali ad esempio: l’attenzione, la memoria, la percezione, la motivazione, il pensiero,metodo di studio il linguaggio, l’emozione. Un approccio metacognitivo e, quindi, uno studio sul funzionamento dei processi correlato al proprio funzionamento può costituire già di per sé un ottimo approccio allo studio. Chiaramente questo tipo di metodologia può essere suggerita ai ragazzi più grandi, con un livello di consapevolezza e autonomia più strutturati. Uno studente strategico può comunque avvalersi di diverse strategie che gli consentano di apprendere con maggiore facilità. Uno dei primi punti è relativo alla gestione del tempo. In particolare nei ragazzi con DSA l’organizzazione è un aspetto spesso deficitaria che necessita di attenzione. Può rivelarsi utile l’ausilio di tabelle-diario in cui sia possibile distinguere giorni e orari o dei Planner settimanali o mensili nei quali prevedere, in relazione alle discipline, il…

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Giochiamo a carte con le tabelline

 

Leggendo qua e là nella rete mi sono imbattuta in questo interessante gioco con le carte utile per far imparare le tabelline divertendosi.

Innanzitutto occorre un mazzo di carte da scala quaranta da cui vanno tolte tutte le figure. Si gioca a coppie, un giocatore di fronte all’altro. Si dispone il mazzo in due mucchietti. Al via ogni giocatore gira la carta che ha davanti a sè alla propria destra.

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Il primo giocatore che risolve la tabellina dando il risultato corretto (9×5=45) vince le due carte in gioco. Se chi dá la soluzione per primo sbaglia la parola passa all’avversario. Nel caso in cui nessuno dei due giocatori risponda correttamente le carte vengono riposte in fondo al rispettivo mazzo. Si continua così fino a che non si esauriscono le carte a disposizione. Vince chi alla fine del gioco ha ottenuto il maggior numero di carte.

Una variante del gioco consiste nell’esercitare una sola tabellina.

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In questo caso i giocatori girano a turno una carta del mazzo e hanno la possibilità di dire per primi il risultato (3×8=24). Se la risposta è corretta il giocatore vince la carta, altrimenti la mano passa al compagno che può dare la soluzione e ottenere il suo bottino prima di girare a sua volta una nuova carta per la manche successiva.

Buon divertimento!

 

Da cosa nasce cosa

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Classe prima. Scuola primaria. Il programma di oggi prevede la tua spiegazione della tabella a doppia entrata. Inizi la tua lezione partendo dal libro di testo e, quindi prosegui, con degli esempi pratici che hai preparato per farli eseguire ai bambini alla LIM. La maggior parte di loro capisce così.

Ti accorgi però che cinque alunni ancora faticano ad orientarsi tra righe e colonne. Allora ti viene in mente di farli giocare a Battaglia navale. Fai preparare una tabella a doppia entrata sul quaderno, fai realizzare le navi ritagliandole da fogli di brutta. Quando tutto è pronto, li fai giocare a coppie, curando di mettere i bambini che hanno difficoltà con chi ha capito. Dai loro il suggerimento di alternarsi nella chiamata delle coordinate per fare in modo che si aiutino a vicenda. Il gioco li avvince. In questo modo praticamente tutti capiscono il meccanismo.

Tutti tranne uno.

Decidi di non accontentarti di questo risultato. Ritenti con un’ulteriore spiegazione. Lo inviti alla lavagna ad eseguire altri esercizi, ma le cose che dici e gli esempi che fai non lo aiutano ad interiorizzare il concetto.

Guardi la classe e chiedi: “Qualcuno di voi vuole provare a spiegare al compagno, a parole sue, come si fa?”. Due bambini, prontamente, alzano la mano.

Chiami il primo e lui in modo eccellente ridice quello che hai appena spiegato tu, usando precisamente il tuo stesso linguaggio e i medesimi esempi. Tu capisci che a lui il messaggio è arrivato, ma dubiti che l’altro possa aver compreso. Infatti è così!

Mentre nella tua testa cerchi di elaborare un’altra strategia che possa funzionare, chiami distratta il secondo bambino.

Lui si alza dal banco e si avvicina al compagno, gli mette un braccio sulla spalla, lo accompagna vicino alla lavagna e, con fare gentile, comincia a spiegare.

“Vedi M. questa tabella? A, B, C e D sono quattro bambini. Lassù in alto, immagina, c’è la scuola. Nei posti 1, 2, 3 e 4 ci sono quattro bulli. I bambini per andare a scuola fanno queste quattro strade e non escono dai bordi, ma i bulli li vogliono fermare. Anche loro hanno le loro strade.” Intanto parlando gli mostra piano piano le strade dei bambini e quelle dei bulli, poi conclude: “Hai capito?”.

M. comincia ad annuire convinto. In te senti muoversi un misto tra stupore ed emozione per l’intuizione geniale di questo bambino di soli sette anni.

Lui, intanto, continua.

“Secondo te M. se il bambino A va a scuola dove verrà bloccato dal bullo 4 nella tabella?”.

Il dito di M. si alza, si ferma a mezz’aria, poi con decisione si posiziona all’incrocio esatto della colonna A e della riga 4 nella tabella.

Nella classe si alza qualche “bravo M.”. Allora tu incoraggi i bambini a continuare e il compagno chiede a M. dove il bambino B verrá bloccato al bullo 2. M. individua  di nuovo il punto preciso nel reticolo. A questo punto l’applauso parte spontaneo, mentre tu trattieni a stento le lacrime di emozione.

Naturalmente, nei giorni seguenti,  tutta la classe ottiene il massimo dei voti nella verifica.

Da tutto questo, dall’idea geniale di un bambino di prima, nasce questa Storytelling che ho preparato usando Scratch. Spero che possa aiutare tanti M. a raggiungere lo stesso suo risultato.

Quando si dice da cosa nasce cosa.

https://scratch.mit.edu/projects/115699391/

 

 

 

 

 

 

Forte il video della prof!

Interessante articolo su come creare video didattici

 

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Faccio l’insegnante da quindici anni, ma l’anno scolastico appena conclusosi non è stato come gli altri: quest’anno mi sono capovolta! Ormai lo sanno tutti… “potere dei social”!

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Ho studiato a lungo questa nuova metodologia didattica, la flipped classroom. Forse troppo a lungo, prima di decidermi a metterla in pratica.

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Pensiero computazionale

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Da circa un anno seguo interessata tutto ciò che parla di questo tipo di pensiero.

Cliccando su questo link é possibile guardare un video, tratto dal film “Apollo 13” che fa capire immediatamente l’essenza di ciò di cui vi sto parlando:

Pensiero computazionale

Ora che è arrivata l’estate, avendo un po’ più di tempo per aggiornarmi, mi sono completamente appassionata al Coding perché permette appunto di sviluppare questo tipo di pensiero.

Ma che cosa é il pensiero computazionale?

Lo spiega bene Giorgio Ventre del Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica nel suo contributo per far capire perché sia importante introdurre il Coding a scuola.

Giorgio Ventre su pensiero computazionale

Se siete interessati a questo tipo di percorso date un’occhiata al sito “Programma il futuro.it” dove troverete tutti i riferimenti per iniziare voi stessi per primi a fare Coding per poi portarlo nelle vostre classi.

 

 

 

 

È in arrivo un bastimento carico carico di… prove Invalsi

imageIl 4 e 5 maggio si terranno in tutte le scuole primarie di Italia le fatidiche prove Invalsi forse ultimamente più temute da insegnanti e genitori che da chi in realtà si sottopone a  questi test per due giorni consecutivi: i bambini.

Personalmente non ritengo che queste prove vadano demonizzate. Avevo letto a riguardo l’articolo di Gramellini, pubblicato nel maggio dello scorso anno su “La Stampa”, e ne condivido il contenuto. Fanno bene gli insegnanti australiani che spiegano ai loro alunni che un test non dirà loro chi sono, né tantomeno sarà in grado di cogliere la loro sensibilità e creatività, prima di sottoporli a prove che comunque ritengono utili.

Sono assolutamente a favore degli Invalsi purché si dia loro questo peso. Mi crea, infatti, profondo disagio osservare quale deriva stiano invece prendendo queste prove. Non solo le scuole fanno acquistare ai genitori i sussidi per esercitare gli alunni a questo tipo di test (cosa comprensibile per evitare eccessive spese in fotocopie), ma sempre più docenti della primaria invece che limitarsi  ad usare questi sussidi come allenamento, riportando di volta in volta il punteggio ottenuto per permettere all’alunno di osservare i suoi progressi e aiutarlo a capire e superare le difficoltà, valutano le esercitazioni assegnando  un voto numerico e, in caso di esito negativo, chiamano a colloquio i genitori per invitarli ad allenarli anche a casa scaricando da internet le prove degli anni precedenti. Dal canto loro alcuni genitori, per lo stress (???) che i figli ne ricavano, arrivano a decidere di non mandarli a scuola il giorno degli Invalsi pensando forse che sia giusto fare come il Piccolo Principe che teneva sotto la campana di vetro il suo fiore per non farlo mangiare dai bruchi adempiendo tutti i suoi capricci fino a che un giorno, stanco delle sue eccessive lamentele e richieste, lo ha mollato da solo sul suo piccolo pianeta per andarsene lontano. Un test non è un bruco che divora le rose o un “orco cattivo” che mangia i bambini.

Da insegnante mi è spiaciuto, inoltre, constatare che, a fronte di una certificazione di deficit BES o DSA, non sia possibile o venga lasciata discrezione alla scuola inserire i risultati degli alunni all’interno del programma che invia i dati all’Istituto preposto alla valutazione. Mi vien da dire: alla faccia della tanto decantata inclusione! Decidere a priori che la prova di un bambino con disabilità, che magari desidera comunque mettersi alla prova, o con un disturbo di apprendimento importante non debba essere valutata significa, a mio parere, non dare valore alla sua fatica e al suo impegno. Ritengo invece che sia giusto includere anche questi bambini nel sistema di valutazione, lasciando a loro disposizione tutti gli strumenti compensativi di cui necessitano, perché fanno parte della scuola italiana con le loro capacità e difficoltà come tutti i loro coetanei.

Penso che la vita ci metta sempre di fronte a delle prove, a situazioni difficili che volontariamente o per varie circostanze ci troviamo ad affrontare e che la scuola ci debba preparare alla vita. Gli Invalsi altro non sono che una delle tante prove scolastiche. Occupano poche ore in quattro giorni dei cinque anni di scuola primaria: sta a noi insegnanti dargli il giusto spazio e il giusto valore perché il bambino le viva come un mettersi in gioco per imparare qualcosa in più su di sé.

 

 

 

 

A volte basta un’insegnante

(Seguito di “Una storia qualunque)

A volte basta un’insegnante a cancellare una vita scolastica di convinzioni errate. Questo Effe lo capì molto tardi.

Già perché era ancora convinta di non saper leggere quando in terza superiore incontrò la donna che senza saperlo cambiò la sua vita. Una vita in cui aveva provato a scacciare l’idea negativa che aveva di sè senza grandi risultati. Di intralci e intoppi ne aveva trovati parecchi: gli altri li chiamavano professori.

Finite le elementari, infatti, era cominciato il triennio peggiore della sua vita: le medie. Aveva cambiato quasi tutti i suoi compagni di classe. Il continuo turn over di insegnanti durante le lezioni, poi, la destabilizzava. Non aveva trovato in quella scuola nessuna figura di riferimento, nessuno che le facesse sentire di valere qualcosa. Aveva l’impressione che qualcuno docente nemmeno sapesse collegare il suo nome alla sua faccia. Di “prof” simpatici e per lei significativi ne aveva anche trovati, intendiamoci, ma nessuno le aveva fatto capire che lei poteva farcela ad andare oltre quel maledetto sei. La vedevano come la timida e insicura ragazzina che arrivava alla sufficienza. Ormai ne era più che convinta anche lei.

Quella e le altre sue convinzioni erano tutte lì nella sua testa. Non aveva mai condiviso con nessuno i suoi pensieri, neanche con i suoi genitori. Aveva paura che se avesse detto a qualcuno che pensava di non saper leggere e di conseguenza di non saper studiare, sarebbe stato come mettersi il marchio dell’ignorante da sola. Meglio tacere. Meglio farglielo scoprire: ci avrebbero messo un po’ di più! Tanto bene o male sapeva sopravvivere alla scuola.

Arrivò  in terza media e lì ebbe l’ennesima conferma. All’esame di licenza uscì  con sufficiente come i ripetenti della sua classe: lei e i suoi compari “somari”.

Tutto, però, facevano quelle convinzioni nella sua testa, tranne che impedirle di avere dei sogni. Cosa avrebbe fatto nella vita? Decise di continuare a studiare: voleva fare la maestra e diventare come l’insegnante che aveva avuto in prima elementare, quella che la accoglieva sempre in classe con un grande sorriso.  La sentenza dei professori, però, era stata chiara. “Non ce la può fare!”, avevano detto al colloquio di orientamento a sua madre e le avevano suggerito una scuola professionale. Lei fu irremovibile. Non avrebbero deciso loro della sua vita. Era sua, decideva lei!

E così si iscrisse all’istituto magistrale. Passò la prima con due esami. Un giorno di quell’anno in città incontrò anche la sua prof di italiano delle medie che per strada, approfittando di quel suo ingenuo saluto, non aveva mancato di chiederle che voto le avessero dato all’esame di licenza: che rabbia!

In seconda quasi si demoralizzò. Arrivò la bocciatura a mettere un sigillo su ciò che ormai era diventato palese a tutti: era una pessima studentessa. Quell’anno aveva mollato all’inizio del secondo quadrimestre. Sua madre dopo l’esito non la sgridò ma le parlò chiaro: “Se ti riscrivi, ti impegni. I soldi che spendiamo per farti studiare sono tanti!”.

Si riscrisse e, a quel punto, qualcosa dentro di lei cambiò.

Ripetere l’anno, rifare cose che aveva già fatto, ripassare insomma, le diede qualche sicurezza in più. Le cose le sapeva già infondo, pur avendole studiate male. I libri improvvisamente divennero più chiari. In matematica poi non la batteva nessuno (neanche A). La nuova classe inoltre le piaceva un casino. Le compagne non le rimandavano l’immagine di una ripetente, ma quella di una di loro, il cui parere contava eccome! Arrivarono i primi bei voti. “Ripetita iuvant”, avevano ragione i latini! E così arrivò in terza. La fatidica terza: l’anno dell’incontro.

Lei era una donna di mezza età. Insegnava pedagogia ed era in compresenza con la Tetti (lei e compagne chiamavano così la docente di filosofia). Effe aveva capito subito che non contasse granché in quella scuola. Nemmeno valutava, perché i voti li metteva solo l’altra. Così la maggior parte della classe (lei compresa) aveva preso sotto gamba quest’ora di insegnamento. Eppure la prof di mezz’età continuava a prodigarsi parecchio in spiegazioni e dissertazioni sull’importanza di saper gestire un gruppo classe, sull’attenzione a tutti i bambini, sulle metodologie di insegnamento. Effe qua e là coglieva anche qualche bello spunto di riflessione, ogni tanto era quasi impressionata da quanto credesse in ciò che diceva, ma la maggior parte del tempo faceva altro: ripassava, chiacchierava, mandava biglietti a Elle che stava dall’altra parte della classe.

Poi un giorno la prof assegnò un compito in classe inaspettato: scrivere un tema sull’insegnamento della lettura. Effe guardò la traccia e la rilesse più volte. Non aveva studiato niente su quella roba e poi nei temi arrivava a malapena alla sufficienza. Decise, allora, di scrivere l’esperienza che aveva vissuto in quarta elementare. Parlò di quel giorno in cui la sua maestra fece fare alla classe la lettura silenziosa, del giorno indimenticabile in cui capì di non saper leggere e scrisse in libertà tutte le sue convinzioni su quell’argomento. Poi consegnò il tema.

Passò un bel po’ di tempo e quando la prof arrivò in aula con i compiti in classe Effe aspettò tranquilla seduta al posto, distratta come sempre. L’insegnante passò da tutte commentando e suggerendo correzioni, infine arrivò da lei.

Le diede il tema e disse: “Leggilo a tutti ad alta voce!”.

Guarda che stronza! – pensò Effe mentre deglutiva basita. Perché le faceva questo? Perché la metteva in imbarazzo davanti a tutti? Che stupida era stata a raccontare di sè.

“Leggilo inserendo le correzioni!”, continuò lei. Eccole lì belle in rosso. Aveva usato l’imperfetto invece del congiuntivo: un classico!

Effe alzò il foglio per coprirsi la faccia. Lesse tutto d’un fiato senza interruzioni e poi all’ultimo punto si fermò. Abbassò il foglio e tenne gli occhi sul banco sentendosi le guance rosse come peperoni. Silenzio!

Alzò gli occhi e guardò le compagne di classe. Aveva tutti gli sguardi su di lei e nessuno fiatava, proprio come quel giorno che scioccamente aveva raccontato su quel foglio. Guardò la prof che invece era in piedi e osservava la classe.

Silenzio.

Basta! Voleva urlare… E infine la prof parlò.

“Vi sembra che la vostra compagna non sappia leggere?”, disse. Un coro di no si alzò dai banchi. Non per condiscendenza né per buonismo.  Per convinzione, lo leggeva negli occhi delle sue compagne.

“Questo è il più bel tema sull’argomento che io abbia mai letto. Questo è quello che può provare un bambino alle prese col difficile compito della lettura. Questo è il vissuto che potrebbe vivere un bambino a cui assegnate una banale lettura silenziosa.”

Poi la guardò: “E tu lo hai letto nel miglior modo in cui poteva essere letto. Grazie!”.

La lezione continuò come sempre, ma quel giorno si impresse nel cuore e nella mente di Effe per sempre. Il giorno in cui una insulsa professoressa dell’istituto magistrale, di cui lei nemmeno ricorda il nome, senza saperlo diventò la donna che la salvò da se stessa e dalla scuola.

 

 

 

 

Tempo di valutazioni

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Ed eccoci qui! A metà del percorso a cimentarci con le fatidiche valutazioni del primo quadrimestre.

Forse dirò una banalità, ma è la parte che odio di più del mio lavoro.

Amo la matematica, ma non sopporto assolutamente di “mettere i numeri” ai bambini.

Reputo il voto l’antitesi della possibilità di aiutare un bambino a riceverne stimoli e incentivi a fare meglio. Il numero è un marchio, un’etichetta sul valore del bambino… Ma un bambino vale 5, 6, 7, 8, 9 o 10?

Da quando nella scuola è il numero a farla da padrone si è persa, a mio avviso, la possibilità di guardare la persona nella sua interezza. Si fanno somme e divisioni, medie matematiche e, col linguaggio algebrico, sintesi di un tutto che non può essere frazionato. Dalla scuola secondaria di primo grado questo numero lo si mette anche al comportamento. Alla scuola primaria si trovano parole per redigere anche un giudizio sintetico. Ma si può fare un “riassunto” di quello che è un bambino?

Bello sarebbe come nel gioco “Nascondino” operare una sorta di “liberi tutti”. Liberare alunni insegnanti e genitori da tutta questa falsità. Niente voti, niente giudizi. Insegnare per il gusto di insegnare, imparare per il gusto di imparare. Perché, l’unico riassunto veritiero, a voler per forza scrivere qualcosa a riguardo di un percorso scolastico, è la frase illuminante del maestro Alberto Manzi (con una piccola aggiunta introduttiva per non esimere dalla valutazione l’insegnante): ognuno di noi “fa quel che può, quel che non può non fa”.